venerdì, 19 giugno 2009

di ROBERTO COTRONEO da l'Unità on line del 18 giugno 2009

Ho guardato e riguardato il video del ministro Michela Vittoria Brambilla alla festa dei Carabinieri a Lecco. Dove il ministro dopo l'inno di Mameli farebbe il saluto romano. È un video che ha fatto indignare molti cittadini e che ha scatenato polemiche forti. Eppure non riesco a decidermi. Le prime volte che ho fatto scorrere il video ho pensato che fosse casuale, un gesto involontario, come fosse una mano alzata, un saluto al pubblico che era davanti a lei. Solo che su quel palco c'era anche il padre del ministro Brambilla, e anche lui ha fatto lo stesso identico movimento. Allora la domanda vera è questa: si tratta di un tic di famiglia o di una ideologia di famiglia? Ovvero. È un modo dei Brambilla di salutare o un modo dei Brambilla di salutare le persone che la pensano come loro?
Mi è difficile dare una risposta. Ma una cosa è certa. Il saluto romano sembra abbastanza chiaro. Se poi, vogliamo decidere che Brambilla padre e Brambilla figlia soffrono dello stesso tic, beh questo non li assolve. Tendere un braccio verso l'alto, anche se per poco (e va detto che il saluto romano è di solito ostentato, vuole fermezza di braccio, e almeno un paio di secondi di rigidità, e questo scagionerebbe il ministro) porta a cattivi pensieri, ed è cosa buona e responsabile evitare che si creino equivoci.
Se accade, come è accaduto infatti, basterebbe dichiarare con grande semplicità: "mi scuso, non era mia intenzione fare alcun saluto romano, che non appartiene alla mia cultura, avendo io giurato sulla Costituzione italiana, democratica e naturalmente antifascista. Come ministro della Repubblica, tra l'altro, non posso che scusarmi dell'equivoco anche con l'Associazione nazionale partigiani italiani, che si è sentita offesa di un gesto frutto di un banale, per quanto increscioso, equivoco".
Non reclamo neppure i diritti d'autore. Il ministro Brambilla, può, con il suo mouse, copiare e incollare queste righe tra virgolette, e mandarle a qualsiasi agenzia, come fossero sue. Gliele regalo. Peccato che non lo farà. E questo addensa naturalmente nubi e sospetti. Vorrei però far notare una cosa. Il generale dei Carabinieri accanto al ministro è rimasto in posizione di saluto per tutto il tempo dell'Inno di Mameli. Non il saluto romano, ma quello militare, naturalmente. Senza tic, e con la consapevolezza del suo ruolo. Il ministro Brambilla, copi e incolli e la prossima volta, lo prenda ad esempio.

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mercoledì, 17 giugno 2009

di ROBERTO COTRONEO da L'UNITA' ON LINE del 16 giugno 2009

Il complotto è finito persino nei titoli delle agenzie. E se per certi aspetti può apparire paradossale, e persino un po’ ridicolo, per altri dice molto sui mali del nostro paese. Scorro i titoli delle agenzie. «Berlusconi: La Russa, Allarme complotto assolutamente giustificato». «Maroni, complotto? Se c'è non passerà». «Cicchitto, complotto c’è ma non con Draghi al centro», e via dicendo.
Il complotto è diventato qualcosa di incontrovertibile, di concreto, di palpabile, come un terremoto, come un furto con scasso, come una alluvione. E invece non è così, ed è curioso questo partlare di complotto da parte di uomini della politica, di deputati, senatori o membri della maggioranza. Un complotto è qualcosa di sfuggente perché non ha nulla a che fare con l'oggettività e la trasparenza, ma è una sorta di collasso della ragione, o meglio, una cosiddetta ermeneutica impazzita. A un certo punto tutto quello che appartiene alla realtà politica di un paese si trasforma in qualcosa d'altro. E si trasforma in qualcosa d'altro per il banale motivo che non si riescono più a leggere i dati di fatto, gli elementi visibili.
Complotti e cospirazioni sono uno degli elementi tipici della cosiddetta paranoia del potere. Al punto che la frasi tipica del Sessantotto francese, «la fantasia al potere» andava corretta con l'espressione «la paranoia al potere». Il complottosimo colpisce quasi ogni forma di potere, ma colpisce soprattutto i poteri malati. Che in Italia si discuta di complotto in questa forma e con queste modalità vuol dire che siamo arrivati a un punto piuttosto grave e preoccupante. Che si chiami in causa persino il Governatore della Banca d'Italia, o qualche gruppo editoriale, è assolutamente ridicolo.
Il complotto paranoico è alla base di molte ideologie che hanno fatto danni irreparabili per buona parte dell’Ottocento e del Novecento. Sono finiti nell'ossessione del complotto paranoico tutti i dittatori, di sinistra come di destra, sono figli del complotto paranoico tutti i razzismi, a cominciare dall'antisemitismo. Sono espressione dei complotti paranoici persino le organizzazioni criminali, dalla mafia italo-americana alle società segrete, criminali, di matrice orientale. È una metastasi della ragione, non è un modo per analizzare la realtà.
Ma ormai i nostri politici, a cominciare dal presidente del Consiglio, ne parlano come di qualcosa di ovvio, di spiegabile, di indiscutibile. Il complotto? C'è assolutamente, dicono. Talvolta, il buon dio si vede dal particolare, come diceva Aby Warburg. Qui, da questo che sembra un particolare, non si vede purtroppo il buon Dio, ma si vede un baratro, un vuoto di senso, che mostra fino in fondo la malattia del potere di Berlusconi.

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sabato, 13 giugno 2009

di ROBERTO COTRONEO da L'UNITA' ON LINE del 13 giugno 2009

Un grande paese. Non c'è dubbio. In questi ultimi giorni, la ormai leggendaria visita di Gheddafi, con tenda beduina a Villa Pamphili, ci ha detto davvero molto di cosa siamo capaci di fare: erano tutti genuflessi a rendere omaggio al colonnello, fingendo di non vedere i continui sgarbi all'etichetta, alle istituzioni, e quant'altro.
L'unico che ha chiuso la porta della Camera dei Dupetati, esasperato dalle due ore di ritardo del colonnello è stato Gianfranco Fini. "È un ritardo non giustificato", ha detto Fini rivolto ai presenti: "Nel pieno rispetto delle istituzioni considero annullata la manifestazione, assumendomene la responsabilità nel rispetto di quello che ritengo sia il ruolo del Parlamento in una democrazia". Il ritardo era evidente, "l'ingiustificato" invece stava nel fatto che Gheddafi non era rimasto imbottigliato nel traffico di via del Tritone, e tantomeno era rimasto bloccato dall'abbraccio di un mare di folla festante, ma se ne stava comodamente nella sua tenda, a incontrare persone in forma privata.
Non c'è da stupirsi, i più attenti hanno calcolato i ritardi del colonnello in questi giorni. Dodici ore, tra Quirinale, Palazzo Chigi, Senato, Università la Sapienza, e quant'altro. Ritardi voluti. Provocazioni dette sapendo di mettere in imbarazzo la diplomazia italiana, polemiche sugli strascichi del nostro colonialismo che suonano esasperate, visto il tempo che è passato. E allora? Allora il denaro è tutto, come sempre, e la Libia è importante. Dunque, facciamoci trattare come gli pare a lui, perché di lui abbiamo bisogno. Peccato che c'erano altri modi per siglare accordi, più sottili, veri, che le diplomazie di paesi seri hanno sempre utilizzato. Senza esporsi al ridicolo. Senza mostrarsi come un paesucolo qualunque che per qualche miliardo di euro è pronto a farsi umiliare, ridicolizzare e schiaffeggiare, simbolicamente da un leader astuto e persino divertito. Che può permettersi di fare aspettare il presidente della Camera per due ore, e il presidente del Consiglio per un'ora, oltre alla mezz'ora di ritardo con il Presidente della Repubblica. Ed è veramente paradossale.

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sabato, 13 giugno 2009

di ROBERTO COTRONEO da L'UNITA' del 12 giugno 2009

Quello che è accaduto ieri a Roma per il colonnello Gheddafi ha dell'incredibile. Perché quesot evento a seguirlo da lontano, con un certo distacco, sembrava qualcosa di molto più vicino a uno scherzo, piuttosto che alla realtà. Il colonnello è arrivato in Italia, accolto con gli onori di un capo di stato democratico. Ha paragonato gli Stati Uniti al terrorismo islamico, ha detto persino che il terrorismo va compreso. Nessuno è riuscito a contestarlo, una ragazza che alla Sapienza ha cercato di fargli una domanda è stata interrotta e gli è stato tolto il microfono. Gheddafi ha potuto dire quello che gli pareva, fare quel che più gli piaceva, ed è arrivato in Italia con l'aria di chi ha ottenuto tutto, e si porterà a casa la soddisfazione di aver ridicolizzato l'Italia. Perché è di questo che si tratta. Lo ha fatto arrivando con la fotografia di al-Mukhtar sulla divisa, lo ha fatto dichiarando che è venuto in Italia perché l'Italia ha chiesto scusa. Ha usato tutti i mezzi per mettere in difficoltà il nostro paese. Si è vestito da colonnello Gheddafi e si è comportato nel modo più paradossale che potesse esserci. Probabilmente ha fatto bene. Sapeva di poterselo permettere.
Ma è francamente desolante che questa visita sia stata fatta passare per una visita di Stato, quando in realtà sanciva soltanto affari. E gli affari sono un investimento italiano in Libia di 5 miliardi di dollari in 20 anni per progetti e investimenti. Il controllo di gas e petrolio libico da parte dell'Eni almeno fino al 2047, soldi e investimenti libici in Italia sia nell'Eni che in Unicredit. Infine un accordo per le cosiddette rotte delle migrazioni afro-mediterranee. Ovvero stroncare in Libia il passaggio dei migranti africani verso l'Europa. Naturalmente senza diritti e senza garanzie per i poveri migranti.
La parata di questi due giorni, con i discorsi ai senatori, alla Sapienza, e poi l'incontro con il Senato accademico hanno qualcosa di sconcertante. Passino gli affari, ma era il caso di concedere un palcoscenico istituzionale di questo livello a un dittatore da sempre messo sotto accusa da Amnesty International per la violazione continua dei diritti umani? Dovevamo finire nel ridicolo fino a questo punto? O forse solo un paese ormai grottesco come il nostro poteva inventarsi una parata di questo livello.

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venerdì, 12 giugno 2009

di Roberto Cotroneo da L'Unità delll' 11 giugno 2009 
C'è una cosa, forse l'unica, che possiamo definire interessante della visita di Gheddafi in Italia. E la cosa interessante sta in quella fotografia di Omar al-Mukhtar che il colonnello libico porta sulla divisa. Ora, non è una bizzarria di Gheddafi. Ma è una parte della nostra storia, ancora recente perché mai elaborata veramente. Omar al-Mukhtar era un religioso che guidò la rivolta anticoloniale in Libia, fu braccato, cercato e arrestato, e prima di essere arrestato gli fu fatta terra bruciata attorno, nel senso vero e autentico del termine. Gli italiani bruciavano i villaggi, con donne e bambini, che lo ospitavano, e i luoghi dove lui poteva appoggiarsi. Quando venne preso, fu processato e condannato a morte. Una condanna ingiusta e contro ogni regola di civiltà e di buon senso. L'avvocato difensore di Omar al-Mukhtar si chiamava Roberto Lontano, ed era un capitano dell'esercito italiano. Roberto Lontano venne arrestato subito dopo il processo perché era stato "eccessivamente zelante" nell'interpretare il ruolo di avvocato difensore. Omar al-Mukhtar venne impiccato a Soluch, 60 chilometri da Bengasi, in un piazzale immenso che conteneva 20 mila libici, 20 mila persone che andarono ad assistere all'esecuzione del loro capo militare e religioso, detto "Il leone del deserto".

Fu naturalmente una delle innumerevoli vergogne della storia del nostro colonialismo. Di storie come queste ce ne sono state troppe, e anche più cruente, in Libia, come in Etiopia, in Eritrea come in Somalia. Dopo la seconda guerra mondiale, i figli delle vittime dei nostri gas, dei nostri massacri, hanno chiesto giustizia attraverso i governi dei loro paesi: che venissero consegnati gli ufficiali, perché fossero processati per crimini di guerra, e crimini contro l'umanità.

Non ne abbiamo consegnato uno, abbiamo rifiutato categoricamente l'estradizione. Oggi, la bizzarria di Gheddafi ci ricorda non tanto ciò che siamo stati, ma soprattutto quello che abbiamo rimosso e abbiamo voluto dimenticare. Il mito di italiani, brava gente, la favoletta di un colonialismo all'acqua di rose. Eravamo degli spietati assassini. Abbiamo violato tutte le regole internazionali, abbiamo usato le armi chimiche, a cominciare dall'iprite su ordine diretto di Mussolini, abbiamo massacrato donne, bambini e religiosi. E abbiamo impedito persino alla Croce Rossa internazionale di intervenire. Se avessimo meditato meglio su questa storia nascosta, vergognosa e segreta, forse non saremmo diventati il desolante paese che siamo oggi.

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mercoledì, 03 giugno 2009

di ROBERTO COTRONEO da L'UNITA' del 3 giugno 2009

Devo dire che il sistema è proprio da bolscevico. L’altro ieri il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha attaccato il “Times”, dicendo che il famoso giornale londinese è influenzato dalla stampa di sinistra in Italia. Dal “Times” rispondono allibiti più che divertiti. E non riescono a capire come un giornale per tradizione conservatore, per metodo di lavoro attento ai dettagli, per abitudine capace di pensare come una testata che riporta fatti e notizie di un impero che fu gigantesco, possa ascoltare la sinistra italiana per dire che un capo del governo che non chiarisce come mai, e per quale motivo frequenta una diciottenne, è una notizia in tutto il mondo, forse anche nei paesi meno progrediti della terra.

Berlusconi però ora ha inaugurato questo sistema: dice, nei fatti, che esiste un complotto, i nemici del popolo, come un tempo si diceva, o meglio, i nemici del popolo della libertà, che hanno ramificazioni ovunque e sono una lobby da cancellare, da vincere, perché dice menzogne, e mette in crisi la buona fede e la correttezza del suo agire e del suo pensiero. Dunque la sinistra lo attacca, e cerca di portare all’attacco del premier anche i giornali non italiani.

E’ una meravigliosa sciocchezza, che non ha nessuna credibilità. E comincia a diventare davvero complicato rassegnarsi a pensare che Silvio non darà spiegazioni, non chiarirà nulla, non entrerà nel merito e continuerà a rimanere dove è, senza dimettersi, senza spiegarsi, senza fare un passo indietro. Davanti agli occhi del resto d’Europa, e del mondo. E Berlusconi non deve sottovalutare un altro aspetto.

Al G8 tutti i grandi del mondo la guarderanno come si guarda uno che non dà spiegazioni, e non bastano più le corna, le battute, le barzellette, e le goliardate. Per cui non gli rimane che spiegare davvero, non tanto alla sinistra e agli italiani, ma a tutti quelli che lo attaccano. E soprattutto alla più autorevole stampa del mondo.

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mercoledì, 03 giugno 2009

di Roberto Cotroneo da L'Unità on line del 2 giugno 2009

Mi vergogno di vivere in un paese come questo. Comincio a essere fortemente impressionato da quello che accade, e giorno dopo giorno. C'è qualcosa di troppo, da tutte le parti. Qualcosa che ha a che fare con la scorrettezza, con lo scarso senso della misura, con l'imbarazzo di dove leggere di cose private, che non dovrebbero essere rese pubbliche, e cose che private non sono affatto e su cui nessuno vuole chiarire. Ieri il fidanzato di Noemi Letizia, Gino Flaminio, attraverso una lettera che ricorda, se non fosse più patetica che comica, quella di "Totò, Peppino e la Malafemmena" smentisce tutto quello che ha detto nella sensata ed equilibrata intervista rilasciata a "Repubblica". Naturalmente lui, povero ragazzo, è stato raggirato dai giornalisti furbi e cattivi. E naturalmente ringrazia il premier Berlusconi e scrive, maiuscole ed errori ortografici inclusi: "Possibile che l'uomo del Popolo non possa avere una sua vita privata? Che male c'e ad essere amico di una famiglia normale? Questa e la cosa bella lui è diverso dai soliti politici lui è amico di tutti degli Chef, Operai, Dipendenti, Mendicanti, Poveri insomma di TUTTI".
Così l'intervista smentita è un altro capolavoro di un paese che ormai sta raggiungendo un drammatico livello di bassezza etica. Serve anche a poco visto che la zia di Noemi, qualche giorno dopo, ha detto esattamente le stesse cose raccontate da Gino Flaminio. Poi una ragazza del Grande Fratello, ha dichiarato che le sono stati offerti dei soldi dal settimanale "L'Espresso" per raccontare particolari piccanti su Berlusconi. Non serve neppure citarla per nome. Nessuno le ha offerto denaro, e fortunatamente al settimanale romano hanno registrato tutti i colloqui. Infine la signora Daniela Santanché ha ritenuto opportuno ed elegante dare un'intervista a "Libero", dove fa nome e cognome di un signore che avrebbe da tempo una relazione con Veronica Lario. Il presidente Berlusconi ha risposto, giustamente imbarazzato, che queste sono cose che riguardano il privato, e non si dovrebbero leggere sui giornali. E in questo caso ha perfettamente ragione, ma nello stesso tempo ha fatto sequestrare gli scatti di Villa Certosa del fotografo Antonello Zappadu. E lasciamo perdere la privacy, che è solo un alibi. In questo totale bailamme, in questa giostra di scorrettezze incrociate tutti sono vittime e carnefici allo stesso tempo. E a questo punto c'è poco da fare. Possiamo solo continuare a essere un paese senza tutto.

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venerdì, 22 maggio 2009

di Roberto Cotroneo da L'Unità on line del 22 maggio 2009

Si può non prendere sul serio il capo del Governo, nonché leader del più forte partito all'interno del Parlamento? Possiamo continuare a dire che è un gaffeur, che è uno che parla senza pensarci troppo, che dice cose che sono non lontanissime dal mondo, ma appartengono addirittura a un universo differente, che neppure conosciamo? Possiamo continuare a parlare di Berlusconi come di un fenomeno impolitico, antipolitico, che la società mediatizzata delle sue televisioni ha trasformato in un leader? E possiamo continuare a pensare che in fondo se lui dice certe cose vuol dire che il suo elettorato le sente, o addirittura che lui lo sente in anticipo il suo elettorato? E possiamo dire che alla fine se quel suo elettorato lo vota, nonostante Veronica, Noemi, Mills, gli attacchi alla magistratura, e tutto quanto il resto, forse ha ragione lui a dirle anche se a noi ci fanno orrore? In sostanza: è mai possibile che dobbiamo in un verso o nell'altro - sia che diciamo che dal punto di vista istituzionale è completamente fuori dagli schemi tollerabili, sia che diciamo che c'è in lui un modo di fiutare il paese che non ha nessun altro - continuare a trattare Berlusconi come qualcuno che una ragione, anche sbagliata, ce l'ha sempre?

Quello che Berlusconi ha detto ieri al Meeting di Confindustria, sul Parlamento "pletorico e inutile" da ridurre a 100 deputati, davanti alla terza carica dello Stato, Gianfranco Fini, ha qualcosa di grottesco. Nessuno discute la riduzione di deputati e senatori, e questa fu una delle prime proposte di Walter Veltroni quando arrivò alla guida del Partito Democratico, ma le parole di Berlusconi ricordano altro. Lo so, è troppo facile dirlo, come so bene che i periodi storici sono diversi, che è passato quasi un secolo, e che non bisogna generalizzare e semplificare. Certo, l'aula "sorda e grigia" di mussoliniana memoria, ti torna alla mente come un pericolo sottile. E capisci quanto il parlamentarismo sia estraneo all'idea di democrazia che ha Berlusconi. Che non ha mai smesso di pensare che sono i suoi fedeli telespettatori, prima ancora che elettori, a dettare l'agenda della politica, e a stabilire il clima del paese. Non c'è da scherzare su questo. Fini ha reagito bene: "Il Parlamento è un interlocutore ineludibile, qualificato e impegnato così come è percepito dalla società all'interno delle nostre istituzioni". Ma un brivido corre tra tutti noi, che mai avremmo immaginato un attacco di questo livello. E un disprezzo così clamoroso, altro che semplice battuta come ha detto qualcuno.

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giovedì, 21 maggio 2009

di Roberto Cotroneo da L'Unità on line del 20 maggio 2009

Un'analisi condotta dalla società di consulenza strategica Scs Consulting su dati Ispesl e Istat ha stabilito che il 41 per cento degli italiani soffre di sindrome da stress da lavoro. Il 41 per cento è una percentuale molto alta rispetto al resto d'Europa, se si pensa che gli inglesi sono al 27 per cento del totale della forza lavoro, i tedeschi al 25 per cento, i francesi al 24 per cento, e la media europea, è del 22 per cento. Dunque lo stress da lavoro colpisce gli italiani due volte il resto d'Europa. Curioso. Per anni ci siamo ripetuti che i ritmi di lavoro italiani erano più da paese del Mediterraneo rispetto a certi efficientismi del nord Europa. Per anni ci siamo vantati di una qualità della vita lavorativa diversa e più umana rispetto a paesi come la Germania, la Gran Bretagna o la Francia. E invece ecco che si scopre che le cose non stanno in questo modo. Cosa è accaduto?
Si può scherzare su questo dettaglio, pensare che molti stress, dalle nostre parti, possono essere strumentali, visto che uno degli indicatori del disagio sono le assenze dal lavoro per motivi nervosi. Si può pensare che il dato doppio rispetto al resto d'Europa nasconda in realtà qualche furbizia e un certo lassismo. Ma a leggere bene questi dati si capiscono un paio di altre cose. La prima è che lo stress non arrivi dal lavoro in sé, ma da difficoltà esterne. Ad esempio le città con mezzi pubblici poco efficienti che costringono a faticosi spostamenti.
La seconda è molto più interessante. Secondo un dato pubblicato recentemente, fra i trenta paesi ricchi, riuniti nell'Ocse, le buste paga italiane sono al ventiduesimo o al ventitreesimo posto, sia che si consideri il lordo (cioè quanto pagano le aziende), sia che si consideri il netto (cioè quanto entra effettivamente in tasca al lavoratore). Lo stipendio netto di un italiano è i tre quarti della media dei quindici paesi della vecchia Unione Europea. Più poveri di noi sono solo i Portoghesi, i cittadini della ex Europa orientale, i turchi e i messicani. Bel colpo, mal pagati e il doppio più stressati degli altri. E a questo punto, come un tempo si diceva, la domanda è d'obbligo: come è possibile che di fronte a questo disastro nel nostro paese si continui a votare un ricco signore, dotato di immunità, che da anni promette miracoli e in realtà si arricchisce soltanto lui?

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sabato, 16 maggio 2009

di Roberto Cotroneo da L'Unità on line del 15 maggio 2009

Sì ha ragione il nostro presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: troppa retorica xenofoba. Troppo cinismo nel far leva sulle debolezze della gente, su debolezze che portano a intolleranza e diffidenza, troppa disinvoltura nel puntare il dito sull’immigrazione, trasformando gli immigrati in un capro espiatorio di un governo che non è stato capace di dare risposte politiche vere ai problemi di questi mesi.Se ci pensiamo bene, lo scenario che abbiamo di fronte è tra i più sconfortanti si potessero immaginare. La crisi, che è internazionale ovviamente, da noi si accompagna alla paura, alla chiusura, a un razzismo strisciante che è un collante tremendo. Siamo soggetti alle ronde, siamo vittime da anni di un conflitto di interessi gigantesco, del premier Berlusconi, che non verrà mai risolto. Siamo ridicolizzati da tutto il mondo per certe vicende personali di Berlusconi che, al di là dei gossip inutili, e di certe cadute di stile della stampa, che a volte infierisce su vicende private e personali, rimangono pur sempre decisamente rilevanti perché sono storie che riguardano il presidente del Consiglio dei ministri. Abbiamo un partito, la Lega, che dopo un periodo di profondo appannamento politico, dopo aver fatto propaganda di ogni tipo, a cominciare dalla seccessione, dopo essersi inventata pseudoriti identitari sul Po, dopo aver rivisitato in maniera fumettistica tutta l’epopea medievale dei comuni e della Lega Lombarda, ora cavalca un disagio con cui spera di raccattare voti per le pianure del Nord. Un disagio che la politica ha il dovere di capire, ma rimanendo punto di riferimento, senza nessuna concessione al populismo. Il risultato è ben evidente. Le parole di Umberto Bossi, davanti alla frase preoccupata di Giorgio Napolitano, sono state: «Napolitano? Io ascolto la gente». Quale gente? Quella che non trova una guida politica? Quella priva di ogni cultura della tolleranza? Quella che è stata diseducata a valori civili e cristiani e pensa solo ai suoi interessi e al suo particolare? Gente che ha paura della modernità, ma soprattutto ha paura della propria inadeguatezza a capire. Gente persa nei propri limiti che condivide ciò che non sa e non capisce, povera soltanto di una pericolosa intolleranza. Gente strumentalizzata nella propria debolezza, e poi lasciata lì, quando le discriminazioni scateneranno un clima difficile nel Paese, a non saper gestire più nulla, a spaventarsi ancora di più. Accecata di particolarismi, persa e barcollante di fronte a un mondo che non capirà più.

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